La Lega, nuova potenza del quadro politico italiano, celebra il picco dei consensi collezionato in occasione delle elezioni europee con la promozione di quello che si potrebbe considerare il suo film, anzi, il suo colossal-manifesto: “Barbarossa”. Una storia di libertà e coraggio, la narrazione in chiave eroica di quella ribellione dei comuni italiani oppostasi alla maggiore potenza politica e militare del tempo, l’Impero di Federico I, il Barbarossa appunto, sconfitto a Legnano da un esercito “padano”. La pellicola raccoglie un’eredità culturale maestosa come quella dei comuni medievali dell’Italia settentrionale con un risultato, tuttavia, assai modesto.
Una trama piatta, a detta di molti, accostata ad un’ambientazione scadente a ad un pessimo uso della computer grafica hanno assicurato un umilissimo risultato al botteghino a questo film costato milioni a RaiFiction, ossia alle tasche degli italiani.
Però una prestazione tanto deludente può ispirare una riflessione produttiva, al di là delle ironiche considerazioni riguardo le possibili le ipocrisie leghiste di glorificare un film dove i nordici, biondi, celtici padani sono i “teroni” costretti a difendersi da un’invasione ben più ariana e per girare il quale è stato fatto massiccio utilizzo di comparse reclutate in loco: moltissimi romeni, nemesi etnica del popolo del Carroccio, che spesso li confonde con i Rom.
Il presunto colossal, come il partito, è stato un contenitore dove si sarebbe potuta concentrare una tradizione possente e ricchissima come quella delle regioni settentrionali, l’identità di un territorio che, seppur parte di un’Italia indivisibile, possiede un’identità forte e preziosa; ma questo non è avvenuto, la Lega, come “Barbarossa” è una creatura nordica nata imperfetta.

Dalla sua salita al governo nel 1994 la Lega ha raccolto un successo elettorale dopo l’altro, rafforzando la sua presenza in Parlamento e diffondendosi ampliamente nelle amministrazioni locali settentrionali, ma non è stata capace di portare alla sua causa un qualche risultato concreto.
Nei diversi esecutivi di centro-destra il partito ha rumoreggiato, protestato, minacciato molto, per attirare l’attenzione di Berlusconi sugli interessi del Nord e ha ottenuto solo le rassicurazioni di rito, tipiche del personaggio, insieme ad un goffo tentativo referendario come la Devolution e in tempi recenti, una legge sul Federalismo che di fatto non precisa i costi, le dinamiche… insomma non dice proprio un bel niente. Quindici anni sprecati ? Forse…

Quest’ultima legge, approvata anche dai gruppi d’opposizione e definita giustamente una “cornice” stenta ad essere riempita se non da qualche evanescente promessa. Mille sono infatti le difficoltà incontrate dal Ministero dell’Economia per calcolarne le spese, quando invece era stato rapidissimo a elaborare la pur complicata struttura dello Scudo Fiscale.

Un’ipocrisia di fondo aleggia inoltre sulla più importante delle battaglie leghiste: cosa c’entra il federalismo con il metodo di governo Berlusconi ?
La linea di condotta del Cavaliere infatti verte sempre più verso un centralismo esasperato, autoritario, in cui tutto viene dall’alto, sia nel caso di un Parlamento esautorato e costretto a lavorare per quattro ore a settimana, sia per le Regioni, a cui viene imposta l’esecutività del Piano Casa, pur tra mille proteste. Il governo in cui la Lega rafforza le sue posizioni è un moderno “Barbarossa”, un tirannico imperatore deciso a razziare selvaggiamente i bilanci del sistema welfare, dei comuni e degli enti pubblici per disperderne a pioggia e risorse dove pensa sia più giusto: Catania, il Ponte, le centrali nucleari…
E la Lega ? Imbraccia scudi e spade come le centinaia di odiate comparse romene del colossal ?
No.
Ma nessuna paura, non è certo un partito nuovo alle ipocrisie, ricordate quando Bossi e Calderoli proclamavano la loro avversione verso un certo personaggio ?

“Lui pensa che il Paese sia il suo scranno o il suo regno, ma ha sbagliato pagina. L’Italia non è il regno di Berluskaiser. Un affarista piduista non può diventare presidente del consiglio”
(Bossi, 5 aprile 1994)

“(…) le televisioni che sono strumenti politici messi insieme da Berlusconi quando era nella P2, secondo il progetto Gelli (…) come un randello per fare e disfare. Si tratta di una banda antidemocratica su cui è bene che ci sia qualche magistrato che indaghi se viene commesso il reato di ricostituzione del Partito Fascista”
(Bossi all’Ansa, 19 gennaio 1995)

“L’arresto di Dell’Utri conferma i pesanti coinvolgimenti finanziari del vertice Fininvest, degli uomini più vicini a Silvio Berlusconi (…) dimostra l’infondatezza della presunta persecuzione che subirebbe Silvio Berlusconi per colpa di alcuni giudici che agirebbero senza prove. Mani pulite non è finita, anzi per la Fininvest e per Berlusconi è appena iniziata”
(Caledroli all’Ansa, 26 maggio 1995)

La nuova Lega è invece quella del Ministro dell’Interno Maroni, responsabile del mancato scioglimento per mafia del comune di Fondi, in cui molti amministratori sono sospettati di legami molto stretti con le cosche locali, commissariando invece la Giunta, come per una normale crisi politica, e permettendo così agli indagati di ripresentarsi alle prossime elezioni.

Ma allora qual è il nuovo obbiettivo leghista ?
Facile a dirsi: l’immigrato. Essere umano disperato, abbattuto, miserevole, senza influenza, senza alcun mezzo di pressione paragonabile a quelli del governo “Barbarossa”: un bersaglio perfetto.
Comincia così la trasformazione, la metamorfosi. La Lega cavalca l’onda montante della xenofobia europea per infoltire le proprie fila e scaglia la propria, proverbiale cattiveria contro il vero nemico: uomini esausti, donne in cinta, ragazzini terrorizzati, lasciati a morire su barconi dissestati o spediti nelle prigioni dell’alleato: l’arianissimo Gheddaffi.
Il passo dal regionalismo alla xenofobia è breve, si sa, lo dice lo stesso Borghezio, sorpreso dalle telecamere mentre ammaestra dei militanti dell’estrema destra francese: bisogna fingersi autonomisti, e magari cattolici, per penetrare nei movimenti a base locale e lì liberare la propria anima nera.
Alberto da Giussano creperebbe dalle risate.

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