Qualcosa sembra rompersi nel Partito di Plastica.
Un’improvvisa frattura sconvolge il Popolo della Libertà a Delinquere.
Non si tratta certo di un gruppo politico nuovo a feroci contrasti interni e impietosi regolamenti di conti tra colleghi, come dimostra il continuo ricambio al vertice, trai ranghi di chi affolla la Corte di Silvio l’Impunito, unico, immodificabile perno intorno a cui ruota tutto il sistema.
Si trattava però di confronti sotterranei, di complotti e veleni disseminati sotto la patina mediatica del partito perfetto, vincente e inarrestabile.
Un degrado morale da basso impero con il conseguente scambio di favori e vendette celati sempre all’attenzione degli spettatori-elettori.
Stavolta il contrasto esplode, si impone all’attenzione pubblica, ma non si tratta dell’usuale, bieco bisticcio di potere ma di un vero confronto chiarificatore, il cozzare di due anime inconciliabili ma costrette nello stesso corpo.

Dalle nebbie del tempo, da un passato in cui revanscismo fascista e nazionalismo esasperato convivevano orgogliosamente con i principi di giustizia, famiglia e libertà, riemerge il Detronizzato, l’unica, vera vittima del Golpe del Predellino: Gianfranco Fini.
Il cofondatore di un partito da lui stesso definito, in quel lontano tempo di coerenza morale, la “comica finale” di Berlusconi ritorna all’azione concreta, tentando di strapparsi alla morsa di una logica aziendale e impositiva che ormai pervade tutta la creatura del Napoleone di Arcore e minaccia di dissolverne la stessa identità culturale e ideologica, sostituendola con il culto del capo.
Fini va al di là del ruolo di personalità istituzionale in cui si era volontariamente esiliato e da cui reclamava a gran voce il rispetto delle regole del meccanismo democratico poiché ormai conscio dell’impossibilità di arrestare con i semplici richiami la pulsione all’illegalità del Sultano.
Abile stratega comprende il rischio a cui si è esposto il leader del partito inseguendo la Lega nella disperata ricerca di un’intoccabilità giudiziaria e istituzionale, dando perciò sfogo a quegli impulsi più bassi e viscerali di una Ultradestra razzista, ignorante e oscurantsta di cui il Carroccio ha deciso di farsi paladino, forte dell’acquisto di una nuova fonte di scandalo quotidiano come il Trota, il tipico Scemo del Villaggio Padano.
Una degenerazione politica vorticosamente intrecciata con i rituali richiami all’impunità di Silvio l’Impedito (Legittimamente si intende), nell’ultimo periodo preso a condannare per danno d’immagine gli autori letterari impegnati nella denuncia del fenomeno mafioso, e con cui un progetto di Destra moderna, costituzionale ed europea centra davvero poco. Fini l’ha capito.
Si consuma così lo strappo e il Sultano scatena tutto il suo arsenale mediatico, forte dell’appoggio dei vari La Russa e Gasparri per i quali la tentazione dell’autoritarismo, per quanto “fighetto”, sporco di mafia e puttane, si è rivelata preferibile ai valori e agli ideali della Destra italiana.
Forse Fini riuscirà a sopravvivere alla tempesta prossima ad investirlo, forse riuscirà a costruire un centro-destra diverso da quello attuale, tristemente riassunto nella sua vuotezza di contenuti nel suo inno “Menomale che Silvio c’è”, forse ne uscirà addirittura arricchito come il pestifero Di Pietro a cui lo Spalamerda Feltri ha appena dovuto rimborsare 440mila Euro complessivi per diverse calunnie.
Una sola cosa è sicura: abbandonando la Corte per riprendere quei temi di immigrazione, giustizia, democrazia a cui Silvio l’Impedito si è sempre rifiutato di dar risposta, imponendo all’ordine del giorno le sue grette necessità, il Presidente della Camera si è tolto un gran peso dalla coscienza e ha ritrovato l’integrità per cui tanti l’hanno seguito e continueranno a farlo.
Bentornato in Politica Gianfranco, quella vera.

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