Il 9 Febbraio è stata celebrata la prima Giornata Nazionale degli Stati Vegetativi. Una scelta, quella del giorno, provocatoria nei confronti di quanti ancora reclamano il rispetto per la scelta del padre della giovane Eluana Englaro di sottrarla ad una sofferenza ed un’incoscienza durate 17 anni e ormai irreversibili. La vita della ragazza terminò infatti proprio quel giorno, smentendo la stessa assicurazione del Presidente del Consiglio: “Eluana, una persona viva e che può fare figli”. Affermazione sconveniente e inappropriata già prima della tragica scomparsa della giovane, ma addirittura nauseante dopo.

Con la celebrazione della Giornata Nazionale degli Stati Vegetativi il Governo torna alla carica, nel tentativo, quanto mai goffo, considerate le rivelazioni sul Premier uscite in questi giorni, riguardanti proprio l’ambito dell’etica e dei comportamenti personali, di monopolizzare la tematica del fine vita e usarla come gettone di scambio con quel mondo cattolico italiano sempre più turbato innanzi allo spettacolo indegno e dissoluto offerto dalla classe dirigente. Un’operazione per lo meno di cattivo gusto, volta all’utilizzo strumentale di convinzioni ampiamente condivise e troppo simile ad un affronto rivolto a quanti, pur saldi nel loro affetto verso i propri cari e conoscenti, vorrebbero agire nel rispetto delle loro scelte e della loro dignità. Intenzione del Governo, con l’indizione di questa giornata, è mostrare la sua decisione nel proseguire sulla strada inaugurata con il cosiddetto “decreto Eluana”, negando definitivamente la possibilità ai malati terminali e alle persone in stato vegetativo di scegliere di concludere in pace la propria sofferenza, e cercando così l’approvazione del Vaticano, sempre più critico e già espressosi sulla questione morale ed etica gravante sui ranghi dello stesso esecutivo.

Nei giorni precedenti all’anniversario dell’Unità della nostra Italia, proprio la politica sembra dimenticarsi di quella massima illuminata, proferita da un padre della nazione e un alfiere indiscusso del liberalismo come il Conte di Cavour: “Libera Chiesa in libero Stato”.

Quell’affermazione valeva allora, con l’imporsi degli Stati moderni e liberali e la scomparsa dei vecchi assolutismi arbitrari e confessionali, quando l’Italia era ancora retta da una monarchia e la libertà religiosa e di comportamento veniva quindi concessa ai sudditi. Tanto più la massima deve valere oggi, nella nostra Repubblica, dove la Chiesa e lo Stato dovrebbero basare i propri rapporti sull’indipendenza e sul reciproco rispetto e i cittadini non potrebbero essere in alcun modo limitati nelle loro convinzioni e nei loro comportamenti, a patto di rispettare le regole atte ad assicurare una pacifica convivenza.

Mi chiedo come un Governo, a suo dire liberale, anzi, portatore di una rivoluzione liberale il cui fatale avvio si attende, anno più anno meno, circa dal ‘94, possa imporre condizionamenti così pesanti ad un ambito, quello della vita e della sua fine, alla base delle libertà di un cittadino in uno stato democratico.

L’Italia dei Valori e i suoi Giovani intendono rifiutare la logica dello scambio e della strumentalizzazione a cui è stato sottoposto il tema del fine vita, per promuovere invece il diritto alla libertà di scelta, nel rispetto delle regole, fondamento stesso del liberalismo, della democrazia e della nostra nazione.

Io, da cattolico, mi unisco nell’invocare tale diritto prepotentemente negato, proprio nella convinzione di essere fortunato, vivendo in uno Stato dove la mia fede è garantita e rispettata al pari di quella di qualsiasi altro, come i comportamenti da essa conseguenti.

Triste sarebbe ritrovarsi in una nazione dove la libertà di scelta sia limitata, in modo esplicito o implicito, da quel confessionalismo, da quell’imporre la religione e i comportamenti dominanti, costituente un atteggiamento oscurantista scomparso, si sperava, con il declino dei vecchi regimi e dei totalitarismi.

Sulla mia vita, da cattolico, scelgo io, ma non desidero imporre la mia scelta a nessun altro.