PREMESSA: LA SVOLTA

In queste settimane un vero e proprio sisma, scatenato dalle elezioni amministrative e dai referendum, sembra aver investito il mondo politico italiano. I partiti si ritrovano spaesati, storditi dagli imprevisti scossoni e incapaci di comprendere al meglio verso dove la turbolenza li abbia scagliati.

Notizia tra le più evidenti nell’ambito di questo confuso rimescolamento è di sicuro la cosiddetta “svolta” dell’Italia dei Valori, il partito da sempre impegnato come intransigente forza d’opposizione all’azione del monolito di governo berlusconiano e leghista.

Un’opposizione mostratasi severa e censoria anche nei tempi in cui lo schieramento di maggioranza sembrava inattaccabile, saldo a più del 50% dei consensi popolari e non ancora cosparso da crepe oggi vistosissime, con Bossi Berlusconi e Fini allora ben stretti in un’alleanza tanto serrata e compromettente da aver rischiato di soffocarli, a giudicare dalle malconce condizioni di un oramai residuale Futuro e Libertà per l’Italia, di un Popolo della Libertà ridotto a una succursale di Forza Italia e di una Lega il cui dilagante successo sembra essersi arrestato.

A scatenare la polemica su un presunto riposizionamento a destra dell’Italia dei Valori sono alcune affermazioni del presidente Antonio Di Pietro, disseminate di rivendicazioni dell’identità liberaldemocratica del partito, derivata dall’appartenenza alla famiglia politica liberale e democratica europea, l’ELDR, e di attacchi contro gli alleati Bersani, accusato di inerzia e voluto immobilismo, e Vendola, reo di un insopportabile protagonismo.

Questa vistosa virata sarebbe, secondo molti commentatori politici, un movimento puramente strumentale, volta d attirare nell’alveo del centro-sinistra almeno alcuni di quei dieci milioni di cittadini, che, pur animati da un’identità politica riconducibile al centro-destra, nell’ultima consultazione referendaria hanno bocciato radicalmente le principali intenzioni dell’alleanza di governo: privatizzazione dell’acqua, costruzione di impianti nucleari e tutela del ceto dirigente dall’azione della magistratura.

A queste riflessioni si sono poi affiancati giudizi ben più drastici, provenienti soprattutto da quelle aree di sinistra colpite dalle accuse di inerzia e improduttività dell’ex pm; tra questi, solo per fare due esempi, quelli di Alberico Giostra, acido opinionista impegnato in una crociata per estirpare l’Italia dei Valori dall’ambito della Sinistra italiana, e di Debora Serracchiani, collocabile nell’ala riformista del Partito Democratico: il Gabbiano arcobaleno sarebbe destinato a spiccare il volo dai lidi del progressismo per appollaiarsi nel suo nido originario, il centro-destra.

 

UN’IDENTITA’ FUORI DAGLI SCHEMI

Alcuni amici con cui mi è capitato di parlare di politica, ed in particolare della “svolta”, mi hanno spesso fatto notare l’inutilità di sviluppare una polemica basata su concetti ormai arrugginiti e troppo sfruttati come le ideologie: le identità politiche di destra e sinistra, relitti di un Novecento ormai tramontato nella realtà storica come nella società contemporanea.

Destra e Sinistra sarebbero oggi introiettate in coloro che ancora le rivendicano non come un insieme coerente di valori e obbiettivi, ma piuttosto un modo, un atteggiamento di vita per distinguersi nella massa degli individui.

 

Mi permetto, però, di sviluppare in queste righe, per chi avrà la pazienza di leggerle, un ragionamento sulla collocazione dell’Italia dei Valori rivendicata in questi giorni e dotata, a mio parere, di una coerenza anche ideologica.

Da molti, amici ed avversari, è stata a lungo sottolineata la natura personalistica del Gabbiano, in grado di orientarsi e agire solo su indirizzo e comando del suo presidente Di Pietro.

L’ex pm, proprio in questi giorni, si è proclamato, in verità non per la prima volta, orgogliosamente moderato e cattolico, estraneo all’alveo culturale della Sinistra Italiana.

Per essere onesto, anche io condivido questa estraneità.

La svolta tanto pubblicizzata, soprattutto da quei mezzi d’informazione allineati sulle posizioni di un Partito Democratico recentemente colpito dalle bordate polemiche di Di Pietro, starebbe tutta in queste frasi del presidente, spesso contenenti affermazioni fatte a titolo personale.

E’certo innegabile un ammorbidimento delle dichiarazioni, di cui sarebbe d’altronde superfluo mantenere l’”alto voltaggio” davanti ad un Berlusconi ormai pesto ed in difficoltà, attaccato da tutto un arco politico riscopertosi, dopo due anni di legislatura, comunemente giustizialista.

Tuttavia la fretta di dichiarare la svolta a destra, prima ancora di qualsiasi eventuale  realizzazione nei fatti, ha dimostrato l’incapacità di tanti, gli stessi giustamente impegnati ad invocare una maggiore “dedipietrizzazione” dell’Italia dei Valori, di “dedipietrizzare” le loro riflessioni politiche.

Il microcosmo Italia dei Valori e la personale visione politica di Antonio Di Pietro non sono due mondi perfettamente coincidenti; una vivace dialettica interna è più volte affiorata nelle obiezioni avanzate da personalità come Massimo Donadi, Luigi De Magistris, Sonia Alfano, Francesco Barbato e molti altri.

Certo la propensione decisionista dell’ex pm è innegabile e viene spesso aggravata dal conservarsi di rapporti personali e di fiducia stretti all’origine del movimento e spesso causa di sinistri cortocircuiti strutturali, ma quella di auspicare una perfetta sovrapposizione tra le persona e il partito è una precisa strategia dei media italiani.

I mezzi d’informazione mostrano infatti l’incapacità di collocare una forza politica volutamente post-ideologica e risolve la spinosa questione focalizzando la sua attenzione sul pittoresco e carismatico Di Pietro, minimo comun denominatore dell’azione politica dell’Italia dei Valori rimasta, per ora, immutata anche dopo un riposizionamento dipinto con tanta drammaticità.

L’intero ambito della vita pubblica italiana si trova così intrappolato in un in sorpassabile dualismo manicheo in cui ad una Sinistra, nella sua incarnazione antagonista e irriducibile o burocratica e conservatrice di strutture, capace di forzarsi al dialogo con i moderati, si oppone una Destra a suo dire riconducibile alla tradizione cattolica, liberale e corporativa italiana ma, e per capirlo basta leggersi due righe di cronaca, ormai degenerata in un coagulo decomposto di interessi più o meno leciti e perseguiti senza guardare in faccia a coerenze o identità di sorta.

In un panorama così anomalo rispetto all’Europa, dove invece si consolida soprattutto l’ordinata alternanza tra conservatori e socialdemocratici, Italia dei Valori nasce come un movimento “giustizialista” e “giacobino”, radunato attorno alla carismatica figura del pretore d’assalto di Mani Pulite e animato da un viscerale bisogno di giustizia, civica e sociale, in un Paese dove la prepotenza e l’impunità della criminalità, della classe dirigente e del gotha economico sembrano fare da padrone.

Un’Italia dove, per dirla alla dipietrese, la “legge della giungla”, l’insopportabile oppressione del più furbo e forte sul più debole o onesto, sembra prevalere sul “rispetto delle regole del gioco”, sul rispetto delle misure volte ad assicurare la civile convivenza e la realizzazione di ciascun individuo.

Col tempo il movimento si consolida in partito, pur con vistose anomalie, dandosi un’articolazione programmatica più ambiziosa e sviluppata, giunta oggi, con la presunta “svolta”, al suo compimento: al riconoscimento in un’identità fuori dagli schemi consolidati di una contrapposizione irrisolvibile destra contro sinistra in cui gli unici vinti restano i cittadini.

 

IL GABBIANO ARCOBALENO,

BANDIERA LIBERALDEMOCRATICA IN ITALIA E NON SOLO

Italia dei Valori è una formazione liberaldemocratica , di destra quindi.

Qui sta il primo errore.

Primo. La democrazia liberale, non considerando i suoi successivi sviluppi politici e partitici ma concentrandoci sull’ideologia “pura”, non è né di destra né di sinistra, ma è l’insieme di valori e prospettive alla base delle moderne democrazie rappresentative.

Esprime concetti oggi, almeno a parole, universalmente condivisi nel mondo politico: divisione dei poteri (esecutivo, giudiziario, legislativo), libertà d’informazione, riunione ed espressione, valore dell’individuo e suo diritto alla realizzazione personale, eguaglianza di cittadini con diritti e doveri, riduzione degli ambiti d’intervento e di spesa di uno Stato altrimenti ingombrante e dissipatore di risorse e così via.

Si tratta però di un’ideologia poco conosciuta in Italia e spesso maldestramente ricondotta all’eterna opposizione destra-sinistra, finendo per confondere liberalismo con liberismo: una concezione economica ai limiti dell’anarchia e della “legge della giungla” fatta propria da personaggi dal profilo davvero poco liberale come la conservatrice inglese Margaret Thatcher e i repubblicani statunitensi Ronald Reagan e George W. Bush.

Un contrasto storico, quello destra-sinistra, animato in Italia da forze, almeno nelle loro manifestazione clerical reazionarie e comuniste, che hanno inizialmente vissuto la democrazia rappresentativa come un compromesso per evitare il peggio ad una nazione già prostrata dal fallimento fascista e dalla Seconda Guerra Mondiale, non come la naturale sede della vita politica.

Come si sarebbe comportata la nomenclatura del Partito Comunista se nel 1945 avesse goduto di un più saldo appoggio sovietico, Togliatti, fedelissimo gregario di Stalin, avrebbe fatto il suo discorso conciliante in quel di Napoli?

Come si sarebbe mossi i clericali, i reazionari, i fascisti nostalgici, mimetizzatisi anche nella Democrazia Cristiana, davanti ad una vittoria dei comunisti e socialisti ed al conseguente e progettato colpo di Stato, manovrato dagli statunitensi, nel 1948?

La Repubblica italiana e la sua Costituzione sono state sempre vissute come compromessi, simboli di una tregua tra partiti impegnati in una guerra silenziosa, combattuta nelle coscienze dei cittadini e con cui la fedeltà allo Stato c’entrava poco.

Tangentopoli ha poi mostrato con chiarezza la scarsa stima delle istituzioni da parte della partitocrazia animata dalle ideologie Novecentesche: le risorse dei cittadini erano solo carburante da convogliare nelle mai spente caldaie della macchina del consenso.

 

Questo panorama politico, cristallizzato poi da Berlusconi in una falsa e strumentale opposizione comunisti contro anticomunisti, potrebbe essere rotta proprio da un ritorno agli autentici principi della democrazia liberale, se davvero questa vuole essere l’intenzione dell’Italia dei Valori.

Un ritorno al rispetto ed alla realizzazione delle istituzioni e dei principi della democrazia rappresentativa e liberale, di cui la Costituzione rappresenta un meraviglioso, se così si può dire senza sminuirne l’immenso prestigio, “libretto d’istruzioni”, potrebbe essere una traumatica azione di rottura.

Secondo. Ridurre lo Statuto dell’Italia dei Valori alla sola appartenenza di sinistra o anche liberaldemocratica nel senso degli atteggiamenti politici caratteristici dell’azione dei vecchi Partito Liberale e Partito Repubblicano, sarebbe molto riduttivo.

Lo Statuto attribuisce al partito una natura post-ideologica, in cui si ritrovano, uniti in un’azione politica comune, i migliori valori e proponimenti dell’area socialista, cattolica, liberale e ambientalista; le stesse anime conviventi, senza voler parificare il documento di una formazione politica con la Carta Fondamentale della civile convivenza in Italia, nella Costituzione della Repubblica.

Italia dei Valori vuole, nelle intenzioni, essere non un partito ideologico o un cartello elettorale della Seconda Repubblica, ma il Partito della Repubblica e della Costituzione in cui possano convivere persone con anime e identità politiche diverse o cittadini provenienti dalla società civile, uniti in un progetto volto ad assicurare il funzionamento e la compiuta realizzazione del meccanismo costituzionale delle istituzioni italiane e la possibilità per i cittadini di servirsene.

Il Gabbiano arcobaleno vuole, nelle intenzioni, essere la reazione metabolica, difensiva e curativa insieme, dell’organismo repubblicano, democratico e liberale all’aggressione delle indebite contaminazioni tra pessimi ambienti economici, sociali e politici: le cricche, i comitati d’affari e crimine organizzato, incarnatisi nelle orde berlusconiane, desiderose di ripristinare la medievale “legge del più forte”, cane mangia cane.

 

ITALIA DEI VALORI,

SUL FRONTE PROGRESSISTA, NON DENTRO LA SINISTRA

Un’azione politica, quella dell’Italia dei Valori, non “colorata” da inclinazioni pregiudiziali o culture politiche “pesanti”, ma capace di mantenersi intransigente e equilibrata verso la destra come verso la sinistra.

Non si può criticare il finanziamento pubblico dio testate giornalistiche come “Libero” o “il Giornale” ma tacere riguardo “Liberazione” o “l’Unità”.

Non si può condannare i clientelismi di destra ma chiudere un occhio sulla commistione tra strutture partitiche e burocrazia statale a sinistra.

Non si possono additare all’opinione pubblica le convivenze e connivenze tra berlusconiani e criminalità organizzata e fare silenzio sugli analoghi scandali in casa propria.

E così via, basta con la generalizzata logica dei “compagni che sbagliano”.

Un’intenzione ideale e programmatica ambiziosa e non riconducibile alla sinistra “storica” ma naturalmente collocata in uno schieramento progressista e riformista, l’unico funzionale in un Paese dove il centro-destra sembra essersi perso ad inseguire esasperatamente gli interessi di singoli, cricche, caste e lobby, compensando la vuotezza di contenuti con toni populistici o xenofobi montanti in Europa dinnanzi alle difficoltà economiche d’integrazione.

Il mantenimento di un adeguato welfare sociale e la salvaguardia dei diritti dei lavoratori, architrave del progressismo di sinistra, sono d’altronde punti cardinali di un qualunque programma liberale deciso ad assicurare l’eguaglianza e l’ autonoma autorealizzazione dei cittadini, a partire dalle stesse posizioni di partenza in una società libera nella sua espressione e nel suo sviluppo.

Diverso è il caso di un atteggiamento conservativo deciso a mantenere ad oltranza, e spesso per ragioni di clientelismo politico, privilegi di sacche professionali e burocratiche incapaci di comprendere una realtà in cui determinati privilegi, sopportabili in passato, rischiano di compromettere il funzionamento di interi settori produttivi e dei servizi.

La caratteristica fondante di questa Italia dei Valori 2 vuole essere non una svolta o una correzione di rotta ma l’emergere di un’identità cresciuta e arrivata alla consapevolezza di sé con gradualità e fondata sulla legalità Costituzionale.

Un’identità difficilmente collocabile in una rappresentazione della politica monopolizzata dalla distinzione destra-sinistra proprio perché vorrebbe passare dalla prima parte del celebre motto dell’illuminista Voltaire (in verità della sua biografa Evelyn Beatrice Hall) “Disapprovo quello che dite”, condivisa da qualsiasi colore politica, alla sua integrale formulazione:

“Disapprovo quello che dite, ma difenderò fino alla morte il vostro diritto di dirlo”,

salvaguardando il rispetto e ampliando la libertà delle regole della civile convivenza.

Certo, queste sono solo intenzioni di un’identità affiorata, tocca a noi Giovani dell’Italia dei Valori, generazione nativa di questo partito, farle nostre e realizzarle!

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