Latest Entries »


PREMESSA: LA SVOLTA

In queste settimane un vero e proprio sisma, scatenato dalle elezioni amministrative e dai referendum, sembra aver investito il mondo politico italiano. I partiti si ritrovano spaesati, storditi dagli imprevisti scossoni e incapaci di comprendere al meglio verso dove la turbolenza li abbia scagliati.

Notizia tra le più evidenti nell’ambito di questo confuso rimescolamento è di sicuro la cosiddetta “svolta” dell’Italia dei Valori, il partito da sempre impegnato come intransigente forza d’opposizione all’azione del monolito di governo berlusconiano e leghista.

Un’opposizione mostratasi severa e censoria anche nei tempi in cui lo schieramento di maggioranza sembrava inattaccabile, saldo a più del 50% dei consensi popolari e non ancora cosparso da crepe oggi vistosissime, con Bossi Berlusconi e Fini allora ben stretti in un’alleanza tanto serrata e compromettente da aver rischiato di soffocarli, a giudicare dalle malconce condizioni di un oramai residuale Futuro e Libertà per l’Italia, di un Popolo della Libertà ridotto a una succursale di Forza Italia e di una Lega il cui dilagante successo sembra essersi arrestato.

A scatenare la polemica su un presunto riposizionamento a destra dell’Italia dei Valori sono alcune affermazioni del presidente Antonio Di Pietro, disseminate di rivendicazioni dell’identità liberaldemocratica del partito, derivata dall’appartenenza alla famiglia politica liberale e democratica europea, l’ELDR, e di attacchi contro gli alleati Bersani, accusato di inerzia e voluto immobilismo, e Vendola, reo di un insopportabile protagonismo.

Questa vistosa virata sarebbe, secondo molti commentatori politici, un movimento puramente strumentale, volta d attirare nell’alveo del centro-sinistra almeno alcuni di quei dieci milioni di cittadini, che, pur animati da un’identità politica riconducibile al centro-destra, nell’ultima consultazione referendaria hanno bocciato radicalmente le principali intenzioni dell’alleanza di governo: privatizzazione dell’acqua, costruzione di impianti nucleari e tutela del ceto dirigente dall’azione della magistratura.

A queste riflessioni si sono poi affiancati giudizi ben più drastici, provenienti soprattutto da quelle aree di sinistra colpite dalle accuse di inerzia e improduttività dell’ex pm; tra questi, solo per fare due esempi, quelli di Alberico Giostra, acido opinionista impegnato in una crociata per estirpare l’Italia dei Valori dall’ambito della Sinistra italiana, e di Debora Serracchiani, collocabile nell’ala riformista del Partito Democratico: il Gabbiano arcobaleno sarebbe destinato a spiccare il volo dai lidi del progressismo per appollaiarsi nel suo nido originario, il centro-destra.

 

UN’IDENTITA’ FUORI DAGLI SCHEMI

Alcuni amici con cui mi è capitato di parlare di politica, ed in particolare della “svolta”, mi hanno spesso fatto notare l’inutilità di sviluppare una polemica basata su concetti ormai arrugginiti e troppo sfruttati come le ideologie: le identità politiche di destra e sinistra, relitti di un Novecento ormai tramontato nella realtà storica come nella società contemporanea.

Destra e Sinistra sarebbero oggi introiettate in coloro che ancora le rivendicano non come un insieme coerente di valori e obbiettivi, ma piuttosto un modo, un atteggiamento di vita per distinguersi nella massa degli individui.

 

Mi permetto, però, di sviluppare in queste righe, per chi avrà la pazienza di leggerle, un ragionamento sulla collocazione dell’Italia dei Valori rivendicata in questi giorni e dotata, a mio parere, di una coerenza anche ideologica.

Da molti, amici ed avversari, è stata a lungo sottolineata la natura personalistica del Gabbiano, in grado di orientarsi e agire solo su indirizzo e comando del suo presidente Di Pietro.

L’ex pm, proprio in questi giorni, si è proclamato, in verità non per la prima volta, orgogliosamente moderato e cattolico, estraneo all’alveo culturale della Sinistra Italiana.

Per essere onesto, anche io condivido questa estraneità.

La svolta tanto pubblicizzata, soprattutto da quei mezzi d’informazione allineati sulle posizioni di un Partito Democratico recentemente colpito dalle bordate polemiche di Di Pietro, starebbe tutta in queste frasi del presidente, spesso contenenti affermazioni fatte a titolo personale.

E’certo innegabile un ammorbidimento delle dichiarazioni, di cui sarebbe d’altronde superfluo mantenere l’”alto voltaggio” davanti ad un Berlusconi ormai pesto ed in difficoltà, attaccato da tutto un arco politico riscopertosi, dopo due anni di legislatura, comunemente giustizialista.

Tuttavia la fretta di dichiarare la svolta a destra, prima ancora di qualsiasi eventuale  realizzazione nei fatti, ha dimostrato l’incapacità di tanti, gli stessi giustamente impegnati ad invocare una maggiore “dedipietrizzazione” dell’Italia dei Valori, di “dedipietrizzare” le loro riflessioni politiche.

Il microcosmo Italia dei Valori e la personale visione politica di Antonio Di Pietro non sono due mondi perfettamente coincidenti; una vivace dialettica interna è più volte affiorata nelle obiezioni avanzate da personalità come Massimo Donadi, Luigi De Magistris, Sonia Alfano, Francesco Barbato e molti altri.

Certo la propensione decisionista dell’ex pm è innegabile e viene spesso aggravata dal conservarsi di rapporti personali e di fiducia stretti all’origine del movimento e spesso causa di sinistri cortocircuiti strutturali, ma quella di auspicare una perfetta sovrapposizione tra le persona e il partito è una precisa strategia dei media italiani.

I mezzi d’informazione mostrano infatti l’incapacità di collocare una forza politica volutamente post-ideologica e risolve la spinosa questione focalizzando la sua attenzione sul pittoresco e carismatico Di Pietro, minimo comun denominatore dell’azione politica dell’Italia dei Valori rimasta, per ora, immutata anche dopo un riposizionamento dipinto con tanta drammaticità.

L’intero ambito della vita pubblica italiana si trova così intrappolato in un in sorpassabile dualismo manicheo in cui ad una Sinistra, nella sua incarnazione antagonista e irriducibile o burocratica e conservatrice di strutture, capace di forzarsi al dialogo con i moderati, si oppone una Destra a suo dire riconducibile alla tradizione cattolica, liberale e corporativa italiana ma, e per capirlo basta leggersi due righe di cronaca, ormai degenerata in un coagulo decomposto di interessi più o meno leciti e perseguiti senza guardare in faccia a coerenze o identità di sorta.

In un panorama così anomalo rispetto all’Europa, dove invece si consolida soprattutto l’ordinata alternanza tra conservatori e socialdemocratici, Italia dei Valori nasce come un movimento “giustizialista” e “giacobino”, radunato attorno alla carismatica figura del pretore d’assalto di Mani Pulite e animato da un viscerale bisogno di giustizia, civica e sociale, in un Paese dove la prepotenza e l’impunità della criminalità, della classe dirigente e del gotha economico sembrano fare da padrone.

Un’Italia dove, per dirla alla dipietrese, la “legge della giungla”, l’insopportabile oppressione del più furbo e forte sul più debole o onesto, sembra prevalere sul “rispetto delle regole del gioco”, sul rispetto delle misure volte ad assicurare la civile convivenza e la realizzazione di ciascun individuo.

Col tempo il movimento si consolida in partito, pur con vistose anomalie, dandosi un’articolazione programmatica più ambiziosa e sviluppata, giunta oggi, con la presunta “svolta”, al suo compimento: al riconoscimento in un’identità fuori dagli schemi consolidati di una contrapposizione irrisolvibile destra contro sinistra in cui gli unici vinti restano i cittadini.

 

IL GABBIANO ARCOBALENO,

BANDIERA LIBERALDEMOCRATICA IN ITALIA E NON SOLO

Italia dei Valori è una formazione liberaldemocratica , di destra quindi.

Qui sta il primo errore.

Primo. La democrazia liberale, non considerando i suoi successivi sviluppi politici e partitici ma concentrandoci sull’ideologia “pura”, non è né di destra né di sinistra, ma è l’insieme di valori e prospettive alla base delle moderne democrazie rappresentative.

Esprime concetti oggi, almeno a parole, universalmente condivisi nel mondo politico: divisione dei poteri (esecutivo, giudiziario, legislativo), libertà d’informazione, riunione ed espressione, valore dell’individuo e suo diritto alla realizzazione personale, eguaglianza di cittadini con diritti e doveri, riduzione degli ambiti d’intervento e di spesa di uno Stato altrimenti ingombrante e dissipatore di risorse e così via.

Si tratta però di un’ideologia poco conosciuta in Italia e spesso maldestramente ricondotta all’eterna opposizione destra-sinistra, finendo per confondere liberalismo con liberismo: una concezione economica ai limiti dell’anarchia e della “legge della giungla” fatta propria da personaggi dal profilo davvero poco liberale come la conservatrice inglese Margaret Thatcher e i repubblicani statunitensi Ronald Reagan e George W. Bush.

Un contrasto storico, quello destra-sinistra, animato in Italia da forze, almeno nelle loro manifestazione clerical reazionarie e comuniste, che hanno inizialmente vissuto la democrazia rappresentativa come un compromesso per evitare il peggio ad una nazione già prostrata dal fallimento fascista e dalla Seconda Guerra Mondiale, non come la naturale sede della vita politica.

Come si sarebbe comportata la nomenclatura del Partito Comunista se nel 1945 avesse goduto di un più saldo appoggio sovietico, Togliatti, fedelissimo gregario di Stalin, avrebbe fatto il suo discorso conciliante in quel di Napoli?

Come si sarebbe mossi i clericali, i reazionari, i fascisti nostalgici, mimetizzatisi anche nella Democrazia Cristiana, davanti ad una vittoria dei comunisti e socialisti ed al conseguente e progettato colpo di Stato, manovrato dagli statunitensi, nel 1948?

La Repubblica italiana e la sua Costituzione sono state sempre vissute come compromessi, simboli di una tregua tra partiti impegnati in una guerra silenziosa, combattuta nelle coscienze dei cittadini e con cui la fedeltà allo Stato c’entrava poco.

Tangentopoli ha poi mostrato con chiarezza la scarsa stima delle istituzioni da parte della partitocrazia animata dalle ideologie Novecentesche: le risorse dei cittadini erano solo carburante da convogliare nelle mai spente caldaie della macchina del consenso.

 

Questo panorama politico, cristallizzato poi da Berlusconi in una falsa e strumentale opposizione comunisti contro anticomunisti, potrebbe essere rotta proprio da un ritorno agli autentici principi della democrazia liberale, se davvero questa vuole essere l’intenzione dell’Italia dei Valori.

Un ritorno al rispetto ed alla realizzazione delle istituzioni e dei principi della democrazia rappresentativa e liberale, di cui la Costituzione rappresenta un meraviglioso, se così si può dire senza sminuirne l’immenso prestigio, “libretto d’istruzioni”, potrebbe essere una traumatica azione di rottura.

Secondo. Ridurre lo Statuto dell’Italia dei Valori alla sola appartenenza di sinistra o anche liberaldemocratica nel senso degli atteggiamenti politici caratteristici dell’azione dei vecchi Partito Liberale e Partito Repubblicano, sarebbe molto riduttivo.

Lo Statuto attribuisce al partito una natura post-ideologica, in cui si ritrovano, uniti in un’azione politica comune, i migliori valori e proponimenti dell’area socialista, cattolica, liberale e ambientalista; le stesse anime conviventi, senza voler parificare il documento di una formazione politica con la Carta Fondamentale della civile convivenza in Italia, nella Costituzione della Repubblica.

Italia dei Valori vuole, nelle intenzioni, essere non un partito ideologico o un cartello elettorale della Seconda Repubblica, ma il Partito della Repubblica e della Costituzione in cui possano convivere persone con anime e identità politiche diverse o cittadini provenienti dalla società civile, uniti in un progetto volto ad assicurare il funzionamento e la compiuta realizzazione del meccanismo costituzionale delle istituzioni italiane e la possibilità per i cittadini di servirsene.

Il Gabbiano arcobaleno vuole, nelle intenzioni, essere la reazione metabolica, difensiva e curativa insieme, dell’organismo repubblicano, democratico e liberale all’aggressione delle indebite contaminazioni tra pessimi ambienti economici, sociali e politici: le cricche, i comitati d’affari e crimine organizzato, incarnatisi nelle orde berlusconiane, desiderose di ripristinare la medievale “legge del più forte”, cane mangia cane.

 

ITALIA DEI VALORI,

SUL FRONTE PROGRESSISTA, NON DENTRO LA SINISTRA

Un’azione politica, quella dell’Italia dei Valori, non “colorata” da inclinazioni pregiudiziali o culture politiche “pesanti”, ma capace di mantenersi intransigente e equilibrata verso la destra come verso la sinistra.

Non si può criticare il finanziamento pubblico dio testate giornalistiche come “Libero” o “il Giornale” ma tacere riguardo “Liberazione” o “l’Unità”.

Non si può condannare i clientelismi di destra ma chiudere un occhio sulla commistione tra strutture partitiche e burocrazia statale a sinistra.

Non si possono additare all’opinione pubblica le convivenze e connivenze tra berlusconiani e criminalità organizzata e fare silenzio sugli analoghi scandali in casa propria.

E così via, basta con la generalizzata logica dei “compagni che sbagliano”.

Un’intenzione ideale e programmatica ambiziosa e non riconducibile alla sinistra “storica” ma naturalmente collocata in uno schieramento progressista e riformista, l’unico funzionale in un Paese dove il centro-destra sembra essersi perso ad inseguire esasperatamente gli interessi di singoli, cricche, caste e lobby, compensando la vuotezza di contenuti con toni populistici o xenofobi montanti in Europa dinnanzi alle difficoltà economiche d’integrazione.

Il mantenimento di un adeguato welfare sociale e la salvaguardia dei diritti dei lavoratori, architrave del progressismo di sinistra, sono d’altronde punti cardinali di un qualunque programma liberale deciso ad assicurare l’eguaglianza e l’ autonoma autorealizzazione dei cittadini, a partire dalle stesse posizioni di partenza in una società libera nella sua espressione e nel suo sviluppo.

Diverso è il caso di un atteggiamento conservativo deciso a mantenere ad oltranza, e spesso per ragioni di clientelismo politico, privilegi di sacche professionali e burocratiche incapaci di comprendere una realtà in cui determinati privilegi, sopportabili in passato, rischiano di compromettere il funzionamento di interi settori produttivi e dei servizi.

La caratteristica fondante di questa Italia dei Valori 2 vuole essere non una svolta o una correzione di rotta ma l’emergere di un’identità cresciuta e arrivata alla consapevolezza di sé con gradualità e fondata sulla legalità Costituzionale.

Un’identità difficilmente collocabile in una rappresentazione della politica monopolizzata dalla distinzione destra-sinistra proprio perché vorrebbe passare dalla prima parte del celebre motto dell’illuminista Voltaire (in verità della sua biografa Evelyn Beatrice Hall) “Disapprovo quello che dite”, condivisa da qualsiasi colore politica, alla sua integrale formulazione:

“Disapprovo quello che dite, ma difenderò fino alla morte il vostro diritto di dirlo”,

salvaguardando il rispetto e ampliando la libertà delle regole della civile convivenza.

Certo, queste sono solo intenzioni di un’identità affiorata, tocca a noi Giovani dell’Italia dei Valori, generazione nativa di questo partito, farle nostre e realizzarle!

Annunci

17 Marzo 2011, centocinquanta anni dall’unità d’Italia.

Si sono versati fiumi di parole e d’inchiostro, reale o digitale, sul tema, perché aggiungere ancora una voce al già folto brusio, spesso inopportuno e polemico,  che ha accompagnato questo anniversario ?

Perché dovrei voler dire la mia, da studente ventunenne di Storia, su una celebrazione il cui senso è meglio lasciare ad altrui analisi, sicuramente più colte e più competenti ?

Poiché la mia non è un’azione di egoistica e auto celebrativa speculazione intellettuale ma un invito al coinvolgimento: questo 17 Marzo non è solo il centocinquantesimo anniversario della nascita di uno Stato, delle sue istituzioni e della sua classe dirigente, ma è l’atto di fondazione, di unione e di coinvolgimento nella civile convivenza di una grande comunità, passata negli anni e nelle generazioni da più o meno 26 a 60 milioni di componenti, quella degli italiani.

Non ritengo opportuno abbandonare il significato di questo importante anniversario, in cui si inscrive l’origine stessa della realtà italiana in cui oggi viviamo, agli intellettuali di professione, ormai abituati, loro malgrado, ad aprire bocca senza pensare, ai politicanti, impegnati a tramutare in spazzatura qualsiasi cosa, anche virtuosa, tocchino, o agli anticonformisti annoiati, usi a stravolgere e sminuire qualsiasi occasione del comune sentire, proprio per  rivendicare la loro appartenenza alla ristretta comunità dei “bastian contrari”, dei conformisti nella loro ribellione al conformismo.

Ogni italiano e ogni italiana dovrebbero riflettere, quali siano le sue conoscenze e  le sue convinzioni, su cosa significa e cosa comporta una tale occasione di festa nazionale, certo prendendo in considerazione le opinioni di chi si vuole ergere a maestro o semplicemente esprimere il suo pensiero, ma senza considerarle oro colato o verità ultima.

Il 17 Marzo del 1861 non è solo la data di creazione del Regno d’ Italia ma è il giorno in cui nascono gli italiani, in cui le disperse e frammentate generazioni della penisola, scompaginate e arricchite da nuovi elementi nelle traversie della Storia, vengono ricondotte in un sol grembo materno da cui poi affioreremo anche noi.

Come italiano mi sono quindi posto il problema comportato da questo anniversario, cercando di spingere la mia riflessione anche oltre il ristretto e narcotico recinto degli eserciti, dei regnanti, delle riforme e degli stati a cui i miei interessi di storico mi costringono, ma probabilmente fallirò miseramente nell’intento.

Molti si chiederanno, ma cosa può scaturire da una tale opera se non il gravoso compito di ripercorre una trafila storica infoltita di tragedie, delusioni e tradimenti a cui molti preferirebbero rinunciare, lasciando svanire nell’oblio dell’ignoranza tante e tanto truci cicatrici lasciate da ferite profonde e infettate ?

Vero. Eppure io resto convinto dell’utilità della conservazioni della memoria  di questa Nostra Italia, un patrimonio non così malmesso come molti vorrebbero farci credere, impegnati nel goffo tentativo di giustificare la loro attuale ed evidentissima mediocrità attraverso la Storia.

Le radici della memoria, della cultura e dell’identità nazionale vanno tenute robuste ed estese, saldamente appigliate alle coscienze di tutti noi, per permettere all’albero del Bel Paese di crescere florido e sopravvivere alle intemperie esterne e alle malattie interne, impedendo che crolli rovinosamente sul terreno, secco ed esaurito, senza lasciare traccia di sé.

Tali radici sono portatrici di una linfa vitale essenziale per la nostra vita e quella della nazione: la testimonianza dell’impegno, del sacrificio di quanti, e sono davvero tanti, hanno speso la propria esistenza per garantire la prosperità della propria famiglia individuale e di quella comune, la propria patria.

La consapevolezza di trascorrere le proprie giornate in una realtà originata dall’essenza e dalle gesta di generazioni d’italiani: questa deve essere, almeno secondo la mia personale opinione, lo sprone a sentirci pienamente parte di questa Nostra Italia, costruita e sostenuta non dall’azione solitaria ed epica di sovrani, generali e statisti, ma dal suo popolo, di cui questi stessi fanno parte. Un popolo ricco di eroi, non minori o maggiori, ma semplicemente meglio o peggio conosciuti: da quanti hanno sacrificato la loro vita sui campi di battaglia per costruire l’Italia e mantenerla unita e orgogliosa, pur secondo diverse convinzioni, a quanti si sono spezzati la schiena e hanno spremuto le proprie menti in un lavoro infaticabile, quotidiano, per realizzare sé stessi , dare un futuro alla propria famiglia e cercare di migliorare poco a poco quella realtà, tutta italiana, in cui si trovavano inseriti e che hanno imparato ad amare.

E’ pur vero che gli impagabili sforzi si sono spesso risolti in amari fallimenti e quanti potrebbero ricordarcelo meglio dei tanti periti o rovinatisi, di ogni provenienza e di ogni convinzione, per dare alla comunità italiana, in larga parte allora inerte ed inconsapevole degli avvenimenti, una casa comune: da Guglielmo Pepe a Carlo Pisacane, da Ciro Menotti a Anita Garibaldi, da Gerolamo Ramorino ai martiri di Belfiore . Accanto ai loro sofferti  insuccessi vi è anche l’azione di quanti considerano la realtà italiana non tanto la propria famiglia nazionale, il patrimonio comune da dove trarre le risorse per cercare la propria realizzazione, ma un giacimento la cui parte più preziosa e ricca va raggiunta scavando e distruggendo senza rimorso.

Questi italiani senza patria hanno fatto e provocato tante disgrazie alla nazione senza però riuscire a spazzarne via le virtù e l’orgoglio, questo nonostante molti oggi la vedano e la descrivano come prostrata, spezzata, contraddittoria non solo nel suo problematico presente, ma anche nel suo passato.

La repressione spietata del brigantaggio meridionale, il prosperare delle mafie, i molti fallimenti in politica estera, le disavventure coloniali, le difficoltà belliche nei due conflitti mondiali sono alcune tra le innumerevoli vicende prese ad esempio, scendendo nel particolare sino alle cannonate di Bava Beccaris e la defenestrazione dell’anarchico Pinelli, per fare di un’erba un fascio e condannare l’Italia intera come una creatura deforme, nata durante un parto problematico e destinata ad una vita breve e dolorosa.

Tuttavia tutti questi dispregiatori dell’esistenza patria, da sempre duri nei confronti del proprio Paese per poi reagire con orgoglio a qualsiasi, blando rimprovero giunga da bocca straniera, secondo la consolidata politica de “i panni sporchi vanno lavati in casa”, dovrebbero ricordarsi che una comunità nazionale è come una grande famiglia: l’affetto è diffuso e ineliminabile ma spesso i contrasti sono tanto profondi da spingere qualche sconsiderato ad afferrare il fucile e spargere il suo stesso sangue.

Sono tante le traversie interne e le contraddizioni esplose affrontate da grandi nazioni con un orgoglio saldo e radicato ben più del nostro e per nulla sminuito dalle patrie tragedie: la Guerra dei Trent’anni che ha frantumato e ridotto ad un deserto la Germania del ‘600, la spietata repressione repubblicana nella Vandea francese durante il Terrore rivoluzionario,  la Guerra Civile e i suoi seicentomila morti negli Stati Uniti d’America e potrei continuare all’infinto.

La Storia d’Italia rimane, nel bene e nel male, un grande e tortuoso percorso comune alla cui testa ci troviamo ora noi, con il compito, serbando sempre nella coscienza l’affetto e il riconoscimento verso quanti in passato hanno tentato di accelerare il passo, di riportarlo sulla strada giusta.

Una via che conduca ad un terreno adatto dove l’albero della nazione possa trovare la linfa vitale sufficiente per far germogliare i suoi frutti migliori e condividerli con il mondo.

VIVA L’ITALIA !


Egregio Direttore, intervengo riguardo la necessità di mobilitarci a difesa della Costituzione.

Sabato 12 Marzo in molte piazze d’Italia si manifesta in difesa della nostra Costituzione. Un atto significativo, soprattutto se compiuto nell’imminenza del festeggiamento del centocinquantesimo anniversario dell’Unità Nazionale, di cui proprio la carta fondamentale della Repubblica si fa simbolo essenziale. In questa fase della vita nazionale, un periodo in cui la politica è decaduta a compravendita di uomini e di coscienze, le istituzioni alla base di un corretto funzionamento della democrazia vengono ingiuriate senza rispetto, gettate nell’arena della polemica e costrette a difendersi, malgrado la loro natura di arbitri, in un serrato confronto con avversari pronti a tutto.

Viene irrimediabilmente compromesso quel lento percorso di evoluzione liberale e democratica del nostro Paese, avviatosi nel 1848 con la concessione dello Statuto Albertino nel Regno di Sardegna dei Savoia, testo poi applicato a tutta la nazione con l’unificazione nel 1861, e culminato con la redazione della Costituzione della Repubblica, minacciata oggi da personaggi tanto avidi da voler demolire le basi stesse della convivenza civile pur di conseguire i propri interessi e vederli salvaguardati dalla e attraverso la legge.

In prima linea tra questi vi è sempre Silvio Berlusconi, premier reo di aver bollato come “comunisti” innumerevoli organi istituzionali del nostro ordinamento repubblicano, dalla Corte Costituzionale sino alla Presidenza della Repubblica, e di aver addirittura definito con spregio la stessa carta fondamentale come testo d’ispirazione “bolscevica”. Ma tanti altri, cricche e lobby, lo seguono e nel suo incessante, e sempre più goffo, tentativo di sfuggire alla applicazione della giustizia, sostenendolo nel sfasciare con zelo lo Stato alla cui guida l’elettorato lo aveva portato nella speranza che si occupasse del Paese.

In questo scenario cloacale di interessi bassissimi in contrasto e in combutta viene scaraventata la nostra Costituzione, fondamento stesso della democrazia della nazione e garanzia di partecipazione alla sua vita pubblica per tutti i cittadini.

L’intenzione, scendendo in piazza, è quella di strappare la carta fondamentale alle speculazioni della mala politica, in cui è destinata a venire sfregiata e tramutata in merce di scambio da spartire, per restituirla alle mani dei cittadini che la impugnano e la conoscono, suoi veri e unici custodi.

Solo una riappropriazione popolare della Costituzione potrà finalmente condurre ad una sua concreta realizzazione, poiché i suoi principi, usciti dall’Assemblea Costituente del 1946, un epocale tempesta di grandi cervelli, in cui le tante identità e le diverse anime del nostro Paese si sono confrontate, accordate e scontrate, per elaborare un progetto di coesistenza comune e solidale,  giacciono per lo più irrealizzati. Tali indirizzi ideali sono stati prima bloccati nella loro attuazione dalla contrapposizione congelata della Guerra Fredda , poi tacitati e distorti dagli inconfessabili interessi dei partiti di Tangentopoli, la cui vera carta fondamentale era semmai il Manuale Cencelli, e infine oggi sono preda del berlusconismo rampante, pronto a fare strame di qualsiasi cosa sbarri la strada della sua impunità e dei suoi privilegi.

La Costituzione è ormai vecchia di 60 anni, è vero, e non essendo un testo sacro e infallibile necessita di aggiornamenti in alcune sue disposizioni attuative e strutturali, ma non se ne può affidare la modifica a chi ha dimostrato di volerne fare carta straccia, condannandone la natura stessa, “bolscevica”,  e sminuendone gli stessi principi fondativi, da stravolgere “a partire dall’articolo 1: stabilire che l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro non significa assolutamente nulla” come disse, tempo fa, Brunetta.

Anche l’Italia dei Valori e i suoi Giovani scendono in piazza, per spronare gli italiani a rivendicare la dignità della Costituzione della Repubblica Italiana, prendendola in mano e tenendola alta, per mostrarla con orgoglio a chi vorrebbe farne scempio, e a farsi carico del suo contenuto, della realizzazione dei principi capaci di portare l’Italia a compiere un altro, importante passo sulla via per diventare una nazione sempre più liberale, democratica e partecipata.

Riappropriatisi delle proprie istituzioni gli italiani potranno essere orgogliosi non solo dei centocinquanta anni di Storia della nazione, ma anche del suo Presente, di quei principi che essa incarna e di cui loro si sono fatti custodi, stringendoli forte tra le mani, scritti a eterna memoria sulle pagine della Costituzione.

“Sulla mia vita scelgo io”


Il 9 Febbraio è stata celebrata la prima Giornata Nazionale degli Stati Vegetativi. Una scelta, quella del giorno, provocatoria nei confronti di quanti ancora reclamano il rispetto per la scelta del padre della giovane Eluana Englaro di sottrarla ad una sofferenza ed un’incoscienza durate 17 anni e ormai irreversibili. La vita della ragazza terminò infatti proprio quel giorno, smentendo la stessa assicurazione del Presidente del Consiglio: “Eluana, una persona viva e che può fare figli”. Affermazione sconveniente e inappropriata già prima della tragica scomparsa della giovane, ma addirittura nauseante dopo.

Con la celebrazione della Giornata Nazionale degli Stati Vegetativi il Governo torna alla carica, nel tentativo, quanto mai goffo, considerate le rivelazioni sul Premier uscite in questi giorni, riguardanti proprio l’ambito dell’etica e dei comportamenti personali, di monopolizzare la tematica del fine vita e usarla come gettone di scambio con quel mondo cattolico italiano sempre più turbato innanzi allo spettacolo indegno e dissoluto offerto dalla classe dirigente. Un’operazione per lo meno di cattivo gusto, volta all’utilizzo strumentale di convinzioni ampiamente condivise e troppo simile ad un affronto rivolto a quanti, pur saldi nel loro affetto verso i propri cari e conoscenti, vorrebbero agire nel rispetto delle loro scelte e della loro dignità. Intenzione del Governo, con l’indizione di questa giornata, è mostrare la sua decisione nel proseguire sulla strada inaugurata con il cosiddetto “decreto Eluana”, negando definitivamente la possibilità ai malati terminali e alle persone in stato vegetativo di scegliere di concludere in pace la propria sofferenza, e cercando così l’approvazione del Vaticano, sempre più critico e già espressosi sulla questione morale ed etica gravante sui ranghi dello stesso esecutivo.

Nei giorni precedenti all’anniversario dell’Unità della nostra Italia, proprio la politica sembra dimenticarsi di quella massima illuminata, proferita da un padre della nazione e un alfiere indiscusso del liberalismo come il Conte di Cavour: “Libera Chiesa in libero Stato”.

Quell’affermazione valeva allora, con l’imporsi degli Stati moderni e liberali e la scomparsa dei vecchi assolutismi arbitrari e confessionali, quando l’Italia era ancora retta da una monarchia e la libertà religiosa e di comportamento veniva quindi concessa ai sudditi. Tanto più la massima deve valere oggi, nella nostra Repubblica, dove la Chiesa e lo Stato dovrebbero basare i propri rapporti sull’indipendenza e sul reciproco rispetto e i cittadini non potrebbero essere in alcun modo limitati nelle loro convinzioni e nei loro comportamenti, a patto di rispettare le regole atte ad assicurare una pacifica convivenza.

Mi chiedo come un Governo, a suo dire liberale, anzi, portatore di una rivoluzione liberale il cui fatale avvio si attende, anno più anno meno, circa dal ‘94, possa imporre condizionamenti così pesanti ad un ambito, quello della vita e della sua fine, alla base delle libertà di un cittadino in uno stato democratico.

L’Italia dei Valori e i suoi Giovani intendono rifiutare la logica dello scambio e della strumentalizzazione a cui è stato sottoposto il tema del fine vita, per promuovere invece il diritto alla libertà di scelta, nel rispetto delle regole, fondamento stesso del liberalismo, della democrazia e della nostra nazione.

Io, da cattolico, mi unisco nell’invocare tale diritto prepotentemente negato, proprio nella convinzione di essere fortunato, vivendo in uno Stato dove la mia fede è garantita e rispettata al pari di quella di qualsiasi altro, come i comportamenti da essa conseguenti.

Triste sarebbe ritrovarsi in una nazione dove la libertà di scelta sia limitata, in modo esplicito o implicito, da quel confessionalismo, da quell’imporre la religione e i comportamenti dominanti, costituente un atteggiamento oscurantista scomparso, si sperava, con il declino dei vecchi regimi e dei totalitarismi.

Sulla mia vita, da cattolico, scelgo io, ma non desidero imporre la mia scelta a nessun altro.